Codici

Si può creare un nuovo linguaggio, nuovi codici, anche se tutto ciò che abbiamo respirato porta altrove?

Si può comunicare altro rispetto al proprio vissuto?

Nella solitudine della vedovanza mia madre ha ribadito ciò che ho sempre saputo: non gli sono figlia, come lei non mi è madre.

Riguardo me e i suoi nipoti parla di accoglienza, tolleranza, ospitalità.

Non c’è affetto nelle sue parole, solo il rancore per anni perduti, vite sognate e non realizzate.

Parassiti. Se riuscisse a dirlo ci chiamerebbe così.

Non mi piango addosso. Ho sbagliato.

Pensavo fosse l’unica via possibile, l’unico modo di tutelare i miei figli.

Avevo paura di andare allo sbando, di perdere il lume della ragione, di non essere all’altezza come madre.

E ho sbagliato.

C’è chi accoglie di professione, e con un po’ di fortuna avrei trovato un buon centro.

Ma ho sbagliato, e il tempo non permette di cancellare, ripetere, ricominciare. Va avanti, punto

E allora posso prendere per buono quello che è stato.

Ammettere che era storia già scritta, mi sono solo illusa di essere in grado di cambiare le cose. Per poi scoprire non ne sono capace.

Ma qualcosa posso ancor fare. Io ho due figli. Che ascoltano, giudicano, vivono.

Due figli che hanno reso la mia vita complicatissima, faticosa, a volte straziante.

Ma due figli che sono il centro del mio universo affettivo. Mi nutro dei loro sorrisi. Mi arrabbio, e poi tendo l’orecchio a ogni accenno di tregua.

Faccio di tutto perché siano autonomi e vadano per il loro cammino, e poi mi faccio travolgere dall’angoscia quando vedo i loro passi sempre più distanti.

E allora spero che il codice tra di noi sia diverso.

Spero che al di là dei malumori, della malattia, delle difficoltà vissute possano capire che io sono qui con loro, per loro, grazie a loro.

Spero che i semi piantati possano germogliare, per creare nuovi arcobaleni, nuovi codici, nuove parole rispetto a quelle note.

Crashing waves

Un’onda del mare, che si infrange sugli scogli.

Quegli scogli ruvidi, scomodi, neri, di pietra lavica.

E più che si infrange direi si sfrange, perché non riesco a cogliere la poesia di questo momento.

-Esimia segui il flusso…

E io seguo il flusso, mi faccio trascinare da correnti avverse, annaspo.

-Esimia, tutto cambia, siamo esseri all’apparenza fragili, mutevoli, ma se trovi il tuo centro sarai sempre più forte.

E io lì ad adattarmi, a mutarmi in vento, se occorre, in acqua, se devo. Ma poi divento onda, e arrivano gli scogli.

E no, il centro non fa parte del mio vocabolario, sono un coagulo di periferie.

-Esimia vedrai che…

No, non voglio vedere, non voglio sapere.

Viviamo miliardi di volte, ogni minuto, ogni secondo.

Non voglio sapere cosa viene dopo, ora.

Nessuna storia è già scritta, non fino in fondo.

Futuro

Fra poco il batuffolo che incantava con i suoi occhi infiniti diventerà maggiorenne.

E io come al solito osservo un po’ sgomenta il passare del tempo.

Lo confesso, non rimango in piedi la notte quando esce.

Non lo riempio di raccomandazioni.

Non elenco le cose che potrà fare e di cui sarà pienamente responsabile.

Non finisco di essere mamma, non finisce di essere figlio.

Siamo solo due adulti, ora, cresciuti insieme.

Perché in questi anni ho imparato molto anche io.

Di sogni per il suo futuro ne avrei tanti, ma sono i miei sogni. Non li scrivo neanche perché il sentiero è il suo.

Io ho fatto quello che potevo. ho sbagliato, sono tornata sui miei passi, l’ho incoraggiato, seguito, ho riso assieme a lui di tutto e di nulla.

Ed ora è veramente il tempo di osservare, di trattenere quella parola in più, di sedare l’ansia del quotidiano.

È ora di lasciare a lui il suo racconto, a me i miei pensieri.

Sguardo d’insieme

Photo by Steve Johnson on Pexels.com

– La figura (umana) si disegna in piedi.

-I quadri si guardano da lontano. Più sono grandi, più vi dovete allontanare.

Sono passati anni. Tanti. Ma queste due frasi mi ritornano spesso in mente. E non solo quando dipingo.

Io disegno seduta, raggomitolata sul mio passato.

Sono troppo vicina, vedo ogni singolo passo, ogni caduta, vedo i tratteggi, i puntini le pennellate, le singole tessere del mosaico.

Perdo il quadro, l’insieme.

Dove vedo disastri qualcuno legge rinascite. Dove mi sembra si stia frantumando tutto qualcuno legge nuovi colori.

Respiro e mi fermo, grata.

Sorrido. Mi siedo. Cercando di spostare il passato un poco più in là.

Old chestnut

-Ragazzi mi raccomando state attaccati a me.

-Mamma ma non ci dovrebbe essere così tanta gente qui. È pericoloso.

-Ragazzo hai ragione ma ci sarà comunque un motivo. Noi attendiamo, tanto chiamano per fascia oraria.

-Ma noi abbiamo orari diversi!

-Esatto. Ma siete fratelli. Il sistema non mi ha permesso di scegliere lo stesso orario. Quando chiameranno la prima fascia oraria spiegherò la situazione. Siete comunque entrambi minorenni.

-Mamma ti prego non ti mettere a discutere…

-Non ti preoccupare ragazza, dirò tutto sorridendo. Ma voi dovete entrare insieme.

-Mamma, giura che non farai scenate se ci sono problemi.

-Va bene, ragazza, prometto. Tranquillizzati.

In realtà al centro vaccinale sono tutti molto gentili, e nonostante l’incomprensibile fila di un’ora per entrare, non c’è tensione. All’ingresso nessun problema, i figli possono entrare con me, e io sono fiera di mantenere la promessa fatta alla ragazza.

Ci sono varie stazioni, tipo via crucis: in una bisogna dare il codice fiscale, in un’altra i moduli, nella terza vengono restituiti i moduli spillati, nella quarta una graziosa dottoressa si accerta delle condizioni di salute dei vaccinandi, nella quinta viene fornito un numero d’ordine.

-Signora, loro sono minorenni, ho dimenticato di darle questi fogli da compilare!

Così, prima della prima stazione compilo l’ennesimo modulo, distrattamente. Nome e cognome mio, dei ragazzi e in fondo motivo per cui l’altro genitore non c’è o non ha firmato: assente, altro. Io come al solito incapace di mentire scrivo “tutore unico”. Un nanosecondo dopo mi rendo conto che non è stata un’idea grandiosa. Ma cerco di non pensarci.

Prima stazione, tutto ok. Seconda stazione, leggono i moduli. Nessuna obiezione. La terza stazione passa indenne. Arriviamo alla dottoressa. Domanda ai ragazzi come stanno, se hanno avuto qualche sintomo, se sono allergici a qualcosa. È tutto già scritto, ma probabilmente lo deve chiedere lo stesso.

-Non c’è il padre signora?

Sto per aprire bocca, poi ricordo la promessa fatta alla ragazza e con un cenno indico la voce “tutore unico”.

-Signora scusi cosa vuol dire tutore unico?

Ecco. Sto per esplodere. Vorrei risponderle che il tutore le servirebbe per reggere l’unico neurone che ancora si ritrova ed evitare che cada nell’oblio, ma mi trattengo.

-Ho la patria potestà esclusiva. Non ho bisogno di deleghe.

Mi guarda un po’ smarrita. I ragazzi hanno seguito le mie indicazioni e sono attaccati a me, spalla con spalla, uno a destra e uno a sinistra. Mi faccio forza. Almeno non ha chiesto se sono realmente fratelli, visto che hanno due cognomi diversi. Spero demorda.

-Mi scusi, non ho capito. Cosa devo scrivere?

Devi scrivere che non siamo macchine, che se qualcosa davanti a te non è come te lo aspetti puoi anche andare a chiedere a un collega, e se mi devi chiedere un documento in più magari lo puoi fare, ma non mi conosci, non sai la mia storia, sai solo che sono una madre che sta portando a vaccinare i suoi figli minorenni nella speranza che questa pandemia ci dia una tregua, e questo già ti dovrebbe bastare perché in fondo sei un medico, e probabilmente anche un bravo medico, ma non ti hanno insegnato a fare le domande giuste. Ma poi ricordo la promessa. E mi esce una nenia tutta di un fiato

-C’è un disconoscimento di paternità, come da sentenza di tribunale, non si preoccupi, lei non avrà grane legali per questo vaccino, la responsabilità è mia perché sono solo io che decido.

Lo dico sorridendo. Con le spalle dei ragazzi attaccate alle mie. Non uno scatto, non un moto di rabbia. Loro mi sentono. Sentono le parole, il tono, percepiscono i movimenti del corpo. Respiro. Sorrido ancora. Se devo sprofondare lo farò a casa. Aspetterò di tornare a casa per guardare in faccia quel buco nero che mi inghiotte ogni volta che succede tutto questo, e sono anni che succede ogni volta che mi confronto con qualcosa di burocratico. Ora no. Ora ho fatto una promessa, perché la ragazza è già spaventatissima per tutto ciò che le hanno detto le amiche che leggono notizie a caso, le manca solo una madre che dà di matto in un centro vaccinale.

Mi chiedo ancora che bisogno c’è. Quale necessità spinge chi è dietro a una scrivania a chiedere di ripetere a voce alta ciò che è già scritto. Quale diritto prevede che dei bambini o dei ragazzi già con un loro vissuto non proprio lineare debbano sentirsi in qualche modo in una situazione sbagliata. Sempre. Mi chiedo come mai ancora io debba spiegare dov’è il padre, quando sono quattordici anni che non lo so neanche io. Mi chiedo come mai non basti una sentenza, arrivata dopo anni non proprio piacevoli di tribunali, udienze, menzogne, amarezza.

Tornata a casa non avevo voglia di sprofondare per qualcosa che non dipende da me. Ho cercato su google “liberatoria minorenni vaccino”. Invece del modulo generico dato a me ce ne sono alcuni più dettagliati, dove si può anche scrivere il numero di sentenza. Dove è scritto il fatidico “genitore 1 “e “genitore 2”, mai entrato a regime nelle nostre obsolete scartoffie.

Quindi da qualche parte c’è speranza. Salvo incontrare due occhi sgranati che non riescono a capacitarsi di ciò che leggono.

Parole parole parole

Scrivo poco, parlo meno.

Vivo un periodo di silenzio.

No, non in testa. Lì i pensieri si affollano, si rincorrono, spaziano per galassie infinite.

È la parola che mi manca.

La forma delle cose.

Non mi basta raccontare, raccontarmi.

Ho bisogno che le parole non solo descrivano ma scolpiscano.

Ho bisogno del lavoro che fa la mano dello scultore sulla pietra. La pietra è lì, da sempre.

Lo scultore tira fuori qualcosa che già esiste con gesti netti, precisi, mai superflui.

Ho bisogno di questo.

Nel silenzio cerco la lingua che più mi si avvicina.

Nel silenzio cerco di ascoltare il nome delle cose.

Quello che già esiste, perso in mille altre parole.

Ghost

Si alza generalmente quando inizio a preparare il pranzo. Sostenendo ogni volta di essersi svegliato in un orario troppo antelucano per alzarsi, e aver quindi preso la saggia decisione di presentarsi al mondo in orari più consoni.

Salta la colazione, scambia educatamente quattro chiacchiere e poi si chiude in stanza.

Arriva a tavola puntualissimo, e ogni volta che cucino per due in realtà mi ritrovo ad assaggiare appena ciò che ho preparato.

Poi scompare di nuovo nelle tenebre della stanza, perché con il caldo le serrande devono essere quasi serrate. Si mette le cuffie e inizia a suonare la tastiera. Nel resto della casa può accadere di tutto, si può rompere qualsiasi cosa. Lui e la sua tastiera sono lì, nella versione domestica del pianista sull’oceano, impermeabili a qualsiasi intrusione.

Cena rigorosamente a casa, perché gli stuzzichini che offrono agli aperitivi non si addicono alla sua età e al suo appetito.

Poi si fa la doccia ed esce, più o meno ogni sera.

Spontaneamente prima di uscire mi dice dove e con chi sarà. Mi viene da ridere perché potrebbe raccontarmi di tutto, ma mi fido.

Torna rigorosamente entro la mezzanotte, perché certe regole vanno rispettate per il quieto vivere e perché sacrificare altre serate sarebbe inutile e stupido.

Mentre si toglie le scarpe, ancora con la mascherina, mi racconta di minorenni che ordinano alcolici senza che nessuno si prenda la briga di controllare, di controlli random a cui lui passa generalmente indenne, di amici pasticcioni e figure barbine.

Chiude chiedendomi “ma stavi dormendo?” con una tale spontaneità che mi viene da rispondere “no, non ti preoccupare” anche se ho palesemente occhi cisposi e segni del cuscino sul viso.

Poi scompare di nuovo, non prima di aver mandato gli ultimi messaggi in chat.

Il ragazzo è cresciuto. Tanto. Si gode questi giorni di libertà con coscienza e cautela. Forse fin troppa. Ma è la sua indole. Mi verrebbe da abbracciarlo fortissimo e dirgli che sono orgogliosa di lui. In realtà glielo dico, ma senza abbracciarlo, e non so neanche bene io perché

Eppure lo guardo ancora, e nel suo bellissimo viso vedo tutta la strada fatta insieme, e il sentiero che inizia a percorrere da solo, perché è così che deve essere.

Mi godo ogni racconto, ogni frase, ogni momento insieme come se dovessi farne scorta per quando si ricorderà si e no di chiamarmi ogni tanto, per quando non sarà così scontato condividere dei momenti insieme.

Mi chiedo dove sono stata tutto questo tempo, perché la linea temporale che separa il neonato che era dall’uomo che sta diventando sembra così breve, così vicina.

Ma lo guardo. E contiene tutto. Il neonato, il ragazzo che è, l’uomo che sarà. Meraviglioso.

Dama di compagnia

-Ragazza sei pronta? Perdiamo il treno!

-Un momento, intanto tu vai..

-Prendo il treno da sola?

-Non è colpa mia che dobbiamo andare così presto… ma mamma… cosa è quella roba che ti sei messa?

-Gonna, ragazza, si chiama gonna.

-Sì, ma è lunga…

-Diciamo che è comoda, e non mi sento a mio agio con le gambe al vento.

-Così sembri una brutta persona.

-Sono una bellissima persona, invece. Muoviti.

-Ma io posso restare quanto voglio?

-Puoi restare fino a che non torna la nonna.

-Ma se mi trovo male?

-Puoi tornare. Tra non meno di quattro giorni, visto il tempo che ci vuole ad accompagnarti. E poi vai in un posto che conosci con la nonna che conosci. Cosa può andare diversamente da quello che ti aspetti?

-Non lo so. Ma magari vuole venire anche mio fratello.

-Tuo fratello è stato il minimo sindacale e ha sentenziato che preferisce dormire nel suo letto. È un adolescente con il fulcro di un ottantenne. Però se non vuoi andare sei ancora in tempo…

-No, non posso lasciare la nonna da sola.

Mia madre dopo un anno faticosissimo per tutti ha deciso finalmente di prendersi una vacanza. Ha prenotato l’albergo dove andava con mio padre e i nipoti qualche anno fa. Ha preso una stanza con tre letti per dare la possibilità ai nipoti di andarla a trovare. Poi ha scoperto che non è abituata a dormire in un letto singolo, e ha unito due letti per paura di cadere. Ha scoperto anche che non è abituata a stare da sola, e ha tentato di coinvolgere i nipoti, che però oramai sono grandi e poco propensi a lasciare le uscite con gli amici dopo due anni di clausura.

La ragazza e mia madre litigano quotidianamente, per qualsiasi motivo, dicendosi cose orrende. Eppure la ragazza quando la nonna le ha mandato un messaggio ha pensato che non era giusto lasciarla sola e ha preparato la valigia.

Io anche se sono impegnata in uno studio matto e disperatissimo ho accettato di fare un’ora di viaggio in treno e mezz’ora a piedi sotto il sole andata e ritorno nel giro di una mattinata per accompagnarla.

Non credo sboccerà l’idillio. Mia madre in mattinata ha già scritto al ragazzo chiedendo perché non ha preso lui quel treno. La ragazza non è il piano b, non è e basta.

Però… Abbiamo avuto tutti un anno orrendo. Abbiamo bisogno tutti di nuovi spazi, nuovi equilibri, nuove opportunità.

Per qualche giorno il ragazzo sarà finalmente unico proprietario della loro stanza, io potrò concentrarmi meglio, la ragazza male che vada avrà all’attivo qualche giorno di mare. E magari, poliedrica e opportunista com’è, troverà anche un modo per esercitare al meglio il suo ruolo di dama di compagnia.

Cambio treno

La ragazza ha due tragitti rodati: scuola e atletica. Al di fuori di queste due rotte il mondo le sembra un garbuglio misterioso di strade, mezzi pubblici sconosciuti, terreni impervi.

Il suo smartphone è chiaramente dotato di maps, ma si rifiuta ostinatamente di usarlo.

Non trova mai i nomi delle strade, così quando mi telefona per sapere come tornare a casa le indicazioni tipiche sono “c’è una fontana”, “di fronte a me c’è una chiesa”, “sto in una piazza abbastanza grande”.

Quando usciamo insieme tento disperatamente di farle prendere punti di riferimento un po’ più riconoscibili, ma con scarsi risultati.

-Mamma ho l’ansia.

-Starai benissimo dalla tua amica.

-Ma non mi puoi accompagnare?

-No, non posso, ed è ora che inizi a muoverti in autonomia.

-Mi perderò.

-Impossibile, sali sul treno e scendi all’ultima fermata. Se ti sei addormentata viene il capotreno a svegliarti.

-Ti terrò al telefono tutto il tempo.

-Fortunatamente ci sono diverse gallerie.

-E se succede qualcosa?

-Non succederà nulla. Io scendo alla prossima, tu prosegui. Ricorda che solo il controllore è autorizzato a rivolgerti domande. E cerca di osservare il panorama, invece di stare tutto il tempo online.

-Mi farò piccola piccola.

-No, ti farai grande. Sei grande, e ce la farai.

Così, invitata dalla sua amica, la ragazza ha deciso di sfidare le sue paure e di osare un breve viaggio da sola.

-Pronto, mamma? Il controllore ha detto di scendere. Che faccio, scendo?

-Ma come, non sei ancora arrivata, dimmi in che stazione stai, mando i genitori della tua amica…. ma si è guastato il treno? È successo qualcosa?

-No, il treno poi prosegue. Però il controllore ha detto di scendere.

-Va bene ragazza, cerca il controllore, fatti spiegare cosa succede e poi richiamami.

-Ma non ho tempo, l’altro treno sta partendo!

-No scusa quale altro treno tu devi arrivare alla stazione xy, ti ho messo su un treno che arriva lì, dove devi andare ora?

-Non ho tempo ti richiamo tra un minuto.

Un minuto. Sessanta secondi di terrore puro, mentre osservo lo schermo del telefonino, pronta ad allertare tutti i numeri di emergenza possibili e immaginabili.

Ho cercato di respirare. Di pensare che la ragazza è un po’ ostica ma responsabile, e se non allento mai quel filo che ci unisce lei continuerà a chiamarmi chiedendo come si torna a casa se si trova davanti a una fontana.

-Mamma ci sei?

-Ancora per poco.

-Perché che è successo?

-Niente, niente, piuttosto dimmi: perché hai cambiato treno?

-Il controllore ha spiegato che così arrivo venti minuti prima. Praticamente sono quasi arrivata. Il biglietto è lo stesso. E il treno è pure più bello.

-Hai avvisato i genitori della tua amica?

-Sì, sono già in stazione.

-Benissimo.

-Ora ti saluto, fra poco devo scendere. Poi ti mando le foto della casa.

-Divertiti tesoro.

Ci sono persone che preferiscono fare un passo alla volta, altre che decidono di affrontare le proprie paure in maniera dirompente, e se le lasciano dietro come zavorre, come un qualcosa che non serve più. Probabilmente la ragazza fa parte di questa categoria.

Macchia nera

Photo by cottonbro on Pexels.com

Al liceo avevo una professoressa che mi incuteva un misto tra timore reverenziale, dato dalle sue indubbie capacità artistiche, e terrore puro, dato dalla sua completa assenza di empatia e da una severità di altri tempi.

Eppure cercavo in tutti i modi di arrivare a un minimo sindacale, stroncato sempre da errori di cui non mi accorgevo, tesa e concentrata a ricercare una perfezione tecnica che non ho mai avuto.

Tra i tanti compiti assegnati c’erano le temutissime tavole (si intende per tavole fogli da disegno, chiaramente) con particolari del volto umano, una serie infinita di occhi, orecchie, nasi, bocche, disegnati con varie tecniche da tutte le angolazioni possibili e immaginabili.

Le correzioni di queste tavole, soprattutto quelle a matita o china, erano rigorosamente effettuate con la penna rossa. Se poi le tavole erano, secondo il suo insindacabile giudizio, non degne di essere corrette, venivano strappate seduta stante. Una via intermedia tra questi due estremi era la pubblica gogna, mostrare a tutta la classe gli evidentissimi errori commessi.

Sono sopravvissuta, e come me generazioni di studenti setacciati dal suo quasi divino giudizio.

Ricordo ancora le nottate, la tensione, il desiderio di riuscire a rispondere alle sue richieste.

In particolare ricordo una di queste nottate. Ero alla terza tavola, nel senso che le prime due le avevo strappate io, per evitare che lo scempio avvenisse in classe. Inaspettatamente la terza tavola era riuscita veramente bene. Mi ricordo la soddisfazione, l’orgoglio di aver finalmente raggiunto un risultato soddisfacente, l’idea di poter andare a dormire tranquilla.

Credo sia successo in quel momento, quando mi sono prefigurata una notte rappacificata con le mie paure.

Avevo ancora il pennino in mano. Per dare l’ultimo tratto di china ho fatto una mossa sbagliata, e una lunga striscia color seppia ha coperto parte della mia tavola.

Disperazione. Panico. No, una quarta tavola era impensabile. Ho pulito come meglio potevo. Ho cercato di immaginare migliaia di scuse plausibili, inondazioni, cavallette, gatti che allora non avevo… nulla. Ero lì, davanti al mio disastro. Decisi così di optare per l’unica via praticabile, a rischio di passare per un’idiota: la verità.

-Esimia, avanti, ci porti il suo lavoro.

-Ehm, professoressa, c’è un piccolo problema.

-Esimia, lei i problemi quando non ci sono se li crea, mi porti la tavola e si sbrighi, non amo perdere tempo.

Ricordo quei quattro passi che mi separavano dalla cattedra, il cuore che mi batteva forte, il desiderio di dematerializzarmi all’istante. Allungai la tavola con braccio tremante, attendendo solo il rumore del foglio che si strappa.

-Esimia, mi vuole spiegare?

-Ecco, professoressa, sono un po’ sbadata, avevo il pennino ancora in mano…

-Esimia non mi interessa la sua vita privata, io parlo della tavola.

-Sì, lo so, non la dovevo consegnare, ma questa è la terza, non avevo più tempo…

-Esimia, gli occhi…

-Sì, lo so, la china ha coperto proprio gli occhi.

-Esimia se la smette di difendersi forse arriva a capire. Questi occhi sono perfetti.

-Forse non ho capito.

-Ho poco tempo, ripeto. Se lei non capisce lo spiego ai suoi colleghi che hanno più pazienza di me. Provvederanno loro ad aggiornarla.

-…

-Esimiarimanga qui a lato e per favore cambi espressione. Ragazzi, guardate tutti. Questo è un disegno vissuto. C’è del lavoro dietro.

-Ma io pensavo… la macchia… la china sui riquadri…

-Esimia sta testando veramente la mia disponibilità. Lei si è concentrata sulla macchia, e non ha visto il resto. E ha tentato anche di cancellarla, a quanto pare. Così oltre alla macchia si sarebbe ritrovata anche un foglio rovinato.

Fu il mio privo voto rispettabile. Tornai incredula al mio posto. E diventai anche una sorta di star per una settimana, perché la notizia del disegno vissuto fece in breve tempo il giro della scuola.

Una grande lezione di vita, che dovrei ricordare più spesso. Le macchie non si possono cancellare, ma questo non vuol dire ignorare il lavoro sottostante. A volte cercando di riparare gli errori rimaniamo invischiati in quegli errori, dimenticando tutto il resto del foglio. Non per forza è necessario macchiare, pasticciare, commettere errori pacchiani. Ma quando succede, invece di passare la vita a giustificarsi, si può anche recuperare tesori nascosti, e andare avanti.